Il progetto europeo nasce da una necessità storica, ma non può sopravvivere senza un orizzonte ideale. È il messaggio consegnato da Papa Leone XIV ai membri del Partito popolare europeo, ricevuti in occasione del 50° anniversario della fondazione del principale partito europeo che si è celebrato a Roma lo scorso 24 aprile.
L’udienza si inserisce nella continuità dei rapporti tra la Santa Sede e le istituzioni europee, già coltivati dai predecessori del Pontefice, e assume un significato particolare in una fase storica segnata da tensioni politiche, crisi della rappresentanza e trasformazioni sociali profonde.
Nel suo discorso, il Pontefice ha richiamato le radici cristiane dell’integrazione europea e l’eredità politica di Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi e Robert Schuman, ricordando che l’Europa contemporanea è nata “dalle ceneri della seconda Guerra mondiale” per impedire il ritorno del conflitto, ma anche dalla volontà di costruire “una collaborazione che ponesse fine a secoli di divisioni” e permettesse ai popoli europei di riscoprire “il patrimonio umano, culturale e religioso che li accomuna”.
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Rivolgendosi al presidente del PPE, Manfred Weber, e ai rappresentanti del partito, Leone XIV ha detto di apprezzare, come già Benedetto XVI vent’anni fa, “il riconoscimento da parte del vostro gruppo dell’eredità cristiana dell’Europa”. I Padri fondatori, ha ricordato, erano “animati dalla loro fede personale” e consideravano i principi cristiani “un fattore comune e unificante”, capace di superare “lo spirito revanscista e conflittuale” che aveva condotto alla Seconda guerra mondiale.
Nel suo intervento, il Papa ha ripreso anche una formula del suo predecessore Francesco: “l’unità è superiore al conflitto”. La ricerca dell’unità, ha spiegato, consente di “apprezzare gli altri nella loro dignità più profonda” e di costruire qualcosa di nuovo, mentre il conflitto “esalta le divergenze, la ricerca e l’affermazione del potere e porta alla distruzione”.
La politica, secondo Leone XIV, deve offrire un orizzonte ideale e guardare al futuro “senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari”. In questo senso, ha aggiunto, essa può essere “la forma più alta di carità”, se interamente dedicata “all’edificazione del bene comune”.
Il Pontefice ha distinto però l’ideale dall’ideologia. “Perseguire un ideale non significa esaltare un’ideologia”, ha affermato, ricordando che l’ideologia è “sempre il frutto di una mistificazione della realtà” e finisce per asservire l’uomo al proprio progetto. L’Europa contemporanea, ha sottolineato, è nata proprio “dalla costatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa”.
Riprendendo De Gasperi, Leone XIV ha indicato nella centralità della persona il cuore dell’azione politica: perseguire un ideale significa collocare al centro la persona umana “col suo fermento di fraternità evangelica”, “col suo culto del diritto”, “con la sua volontà di verità e di giustizia”. È questo, ha detto, “l’orizzonte entro il quale ancora oggi si può fare politica”.
Il Papa ha poi richiamato il PPE al significato della parola “popolare”. “Il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso”, ha detto, precisando che il popolo non può essere considerato solo “un soggetto passivo” destinatario delle decisioni politiche, ma deve essere “soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica”. La presenza tra la gente e il suo coinvolgimento, ha aggiunto, sono “il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso”.
Secondo Leone XIV, una politica popolare richiede “tempo, condivisione di progetti e amore alla verità”. Uno dei problemi degli ultimi anni, ha osservato, è “la costante diminuzione di sintonia, collaborazione e coinvolgimento reciproco tra il popolo e i suoi rappresentanti”. Per questo, ha aggiunto, occorre “ricreare un tessuto di popolo” e ristabilire “un contatto personale fra il cittadino e il deputato”.
In questo passaggio, il Papa ha usato una metafora legata alla trasformazione tecnologica della società: “nell’era del trionfo digitale, l’azione politica autenticamente orientata al bene comune richiede un ritorno all’analogico”. Per contrastare la disaffezione verso la politica, ha spiegato, è necessario incontrare personalmente le persone e ricostruire “una rete di rapporti sul territorio”, perché tutti possano sentirsi parte di una comunità.
Il discorso si è poi concentrato sul significato dell’impegno cristiano in politica. Per Leone XIV, riscoprire l’eredità cristiana non significa confondere fede e appartenenza partitica. “Essere cristiani in politica non significa essere confessionali”, ha affermato, “ma lasciare che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese, anche quelle che non sembrano raccogliere un facile consenso”. Questo, ha aggiunto, comporta anche lavorare perché non venga meno il nesso “fra legge naturale e legge positiva, fra radici cristiane e azione politica”.
Tra le priorità indicate dal Pontefice figurano il lavoro dignitoso, la famiglia, la migrazione, la cura del creato e l’intelligenza artificiale. L’impegno politico cristiano, ha detto, deve partire “dai problemi concreti delle persone” e preoccuparsi di creare “condizioni dignitose di lavoro”, davanti a “un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante”. Deve inoltre affrontare quella che il Papa ha definito “la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli”.
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Sul tema migratorio, Leone XIV – che il prossimo 4 luglio si recherà a Lampedusa in ricordo della prima visita di papa Francesco nel 2013 – ha invitato ad affrontare “le cause profonde della migrazione”, avendo cura “per chi soffre”, ma tenendo conto anche “delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti”. Allo stesso modo, ha chiesto di affrontare “in modo non ideologico” le grandi sfide contemporanee, dalla tutela del creato all’intelligenza artificiale, che “offre grandi opportunità” ma è anche “irta di pericoli”.
Nella parte finale del discorso, il Papa ha richiamato il tema della libertà. Essere cristiani impegnati in politica, ha detto, significa “investire nella libertà”, non in una libertà “banalizzata ridotta a piacere”, ma in una libertà “ancorata nella verità”. Una libertà che tuteli “la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza in ogni luogo e condizione umana”, evitando di alimentare “un corto circuito dei diritti umani” che finisce per lasciare spazio “alla forza e alla sopraffazione”.
[a cura di Simone Cantarini]

